storia dell’inglese americano

Le straordinarie rassomiglianze tra l’inglese americano e quello degli elisabettiani

L’impressione che spesso dà l’inglese americano è quello di essere una lingua fortemente innovativa, slegata dalle regole, alimentata com’è da scoperte scientifiche rivoluzionarie e dal tumultuoso mondo Holliwoodiano. Un’immagine consolidatasi in particolare alla fine del ventesimo secolo, in cui l’inglese, già associato all’immagine della scienza moderna e della musica rock, ha acquisito il titolo di lingua franca dell’informatica, dall’e-book o all’ e-mail ai complessi linguaggi di programmazione che formano l’impalcatura sulla quale si regge il mondo virtuale.

Termini quali world wide web, internet, setup, file, download, upload, template, webmaster, frame, log in, log out, blog sono ormai all’ordine del giorno, ma la velocizzazione e l’aumento vertiginoso delle informazioni consentito da internet si fa sentire nella penetrazione di vocaboli americani anche in Gran Bretagna e nel Commonwealth.

fenomeno dell’americanizzazione dell’inglese britannico, già rilevato dalla linguista Barbara Strang et al. che più di trent’anni fa quando constatavano un progressivo restringimento delle differenze tra i due standard non è certo nuovo ed è risaputo da anni. Tuttavia il ritmo di crescita di questo fenomeno sarebbe stato inimmaginabile solo qualche anno fa.

Ma questo frastuono tecnologico ha coperto un motivo di sottofondo che rimane una costante della lingua di tutti i giorni negli States, vale a dire la permanenza di una vasta quantità di tratti arcaici risalenti ai primi anni del seicento e agli elisabettiani.

Mettere insieme Shakespeare con John Wayne farà forse sorridere: ma è una metafora che vale la pena sprecare per dipanare molti punti oscuri e luoghi comuni che si sono formati nel corso degli anni sui due standard. Il diavolo è nei dettagli, afferma un proverbio: e prima di firmare qualsiasi contratto il nostro occhio deve soffermarsi alle postille “microscopiche” prima di concludere un pessimo affare.

Nel caso di Shakespeare ci accorgeremo non solo che come John Wayne coltivava una insolita passione per la frontiera, e gli elisabettiani con lui (era azionario della compagnia di Essex, che aveva ingenti piantagioni in Virginia). Da virtuoso dell’innovazione linguistico-letteraria qual era parlava però una lingua ben diversa da quella con cui si leggono o recitano i suoi drammi.

Questa lingua, in cui fu scritta tra l’altro La Tempesta, omaggio alle avventure atlantiche di Drake e alle avventure della Corona nel Nuovo Mondo, era più vicina all’inglese del centro-nord che a quello del sud-est (il dialetto del Kent, sul quale si è formato lo standard britannico attuale).

Tra i tratti distintivi immediatamente percepibili negli elisabettiani (e tipici dell’inglese americano) sono alcuni fonemi molto ricorrenti: parole come calm, palm mast, fast calf, half, can pronunciano la a come “è”, mentre nelle parole con R questa è sempre pronunciata, anche in theatre, enter, far, car, far.

Il participio passato gotten in luogo di got come la pronuncia in /i:/ di either e neither sono anche questi tratti squisitamente shakespeareani o se vogliamo, del nord dell’Inghilterra. Altrettanto possiamo dire dell’uso di fall per autumn , mad per cross, sick per ill, e di “I guess” per “I think”, che risale addirittura a Chaucer.

La Bibbia di Re Giacomo, versione ufficiale delle Sacre Scritture secondo la Chiesa Anglicana (1611) potrà fornire ulteriori e numerosi riscontri al riguardo. Qual è dunque la lingua migliore, ci chiederemo? Quale l’inglese puro? Quale lo standard di riferimento che dovremmo adottare? Prima di rispondere, cerchiamo di vedere come i linguisti hanno affrontato la questione.

La vasta presenza di arcaismi non intende rovesciare la posizione che si attribuisce allo standard inglese, ma piuttosto mettere in rilievo come spesso anche gli assiomi più incontestabili possano diventare oggetto di discussione se solo si sposta il nostro punto di vista.

Ogni varietà di inglese costituisce in realtà un sistema linguistico equivalente agli altri ed è ugualemente comprensibile dalle altre nazioni che adottano standard diversi. L’arcaicità di alcuni tratti non rende l’inglese americano né lingua arcaica né tantomeno primitiva, ma testimonia quel periodo della storia in cui i Founding Fathers, o “padri pellegrini” delle colonie americane, decisero di stanziarsi nell’odierno Massachussetts, presso Plymouth (1620).

Appena qualche anno prima vi era stato il primo sbarco a Jamestown, in Virginia (così chiamata in onore di Elisabetta I, “the Virgin Queen”), e lo stesso Shakespeare investì nelle azioni delle piantagioni di tabacco dell’impresa del conte di Essex.

L’interesse degli elisabettiani verso il nuovo mondo emerge dalle cronache numerose dell’epoca: le esperienze nel Nuovo Mondo traspaiono inoltre dall’esotica atmosfera che pervade tutta La Tempesta, probabilmente recitata per la prima volta nel 1611 e stampata per la prima volta nel 1623.

Questo periodo della storia della “Lingua di Albione” segna ciò che i linguisti chiamano arrested development: l’espressione, mutuata dalla botanica si riferisce al lasso di tempo in cui una pianta trapiantata smette di crescere finché non si riprende (mentre la sua gemella del luogo di origine continua a cambiare).

Una volta messe ben bene le radici, però, ricomincia a crescere, evolvendosi secondo le differenze di terreno: quando chiederete a un nordamericano il perché di parole strane come canoe, powwow, tomahawk, mocassin, squaw, squatter, sleigh o popcorn ma anche war path, paleface, medicine man, pipe of peace, war paint, qualcuno vi risponderà che “it goes with the territory”, un territorio che tra l’altro si arricchì di nuovi termini per le diversità geografiche e biologiche che vi trovarono i pionieri: foothill, notch, divide, gap, clearing e moose, racoon, skunk opossum sono solo alcune delle parole che servirono ad esprimere la nuova realtà.

Al dì là delle storie delle guerre con gli indiani e con la nuova realtà geografica, l’etimologia di queste parole contiene molte altre storie che non stanno scritte sui libri. Ma questo è un altro racconto….

M.B.

Bibliografia

Mitchell, B. e Robinson, F.C. A Guide to Old English. Oxford, Blackwell 1982.

Strang, M. H. B., A History of English. London, Methuen 1970.

Baugh, A. e Cable, Th. A History of the English Language. N.J., Routledge, 1978.

Cesarini-Martinelli, L. La filologia. Roma, Editori Riuniti, 1984.

AA.VV. Storia della civiltà letteraria degli Stati Uniti. Torino, Utet, 1990, 3voll.

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